Dao Fa Ziran [taoismo spontaneo]

Il Dao di cui si può parlare non è l’eterno Dao, e fin qui, più o meno, ci siamo tutti. Come la mettiamo quando parliamo del Dao, di che Dao stiamo parlando? Ma soprattutto, quando NON parliamo del Dao, il Dao dov’è? C’è? Non c’é?

«La risposta è dentro di te, epperò…»

 


 

 

Siamo abituati a un contesto monoteista, per cui normalmente quando si parla di dio si parla di quell’unico dio di cui siamo autorizzati a parlare senza far incazzare nessuno. "Dao", che è una parola cinese qundi tendenzialmente né singolare né plurale, lo prendiamo al singolare col pilota automatico, ma non è detto. Anzi, "ci sono 360 Dao che portano al Dao", recita lo scimmiotto. E "ogni uomo ha il suo Dao", dice un amico. Ancora, è relativamente facile concepire il judo come un percorso di vita, e non solo come una pratica sportiva marziale, perché in linea di massima il giappone lo ha esportato, o l’italia lo ha recepito, come un percorso di vita, un qualcosa di integrale legato più in generale alla figura del guerriero, col suo Budo, appunto la via del guerriero: il Dao cinese e il Do nipponico sono lo stesso carattere. In un giochino di strane sostituzioni che potrebbe figurare nella settimana enigmistica di Shenzhen, i caratteri giapponesi che compongono la parola ai-ki-do verrebbero letti (foneticamente parlando) in cinese come tai-qi-dao. Chiusa parentesi.

Il punto è che "il Dao è la legge della spontaneità/natura*", cioè, tra le altre cose, che quello che avviene spontaneamente sta avvenendo in accordo al Dao, questo tanto per gettare un’esca. Viva!

Da un punto di vista marziale cosa vuol dire? Un quantità di cose. Da un punto di vista di pratica di vita? Nel senso, assumiamo che voglia vivere in accordo con quanto scritto nel daodejing. Ancora meglio, assumiamo che dopo aver letto il daodejing, semplicemente, qualcosa abbia fatto clic e ci sia stato come un senso di "riconoscimento". Definitivamente meglio, non assumiamo niente. Eccoci al punto: non assumiamo nessuna prospettiva, nessun progetto. Semplicemente, non facciamo le cose di fretta, prendiamoci un minuto in più per ascoltarci, lasciamoci attraversare dagli stimoli esterni e perfino dai nostri stessi impulsi, in quiete.

Ci sono tanti maestri. Ho incontrato tanti maestri. Alcuni gridavano al mondo il loro essere maestri, tendenzialmente seppur non necessariamente tipi a lungo andare noiosi. Ho incontrato maestri che non ho riconosciuto per anni come tali, ma nel frattempo ho appreso da loro (e forse è proprio qui il Dao).

Siamo in chiusura, parliamo di due di loro: Laura e Lorenzo. 

 

Laura dondola. Vive con poco, modestamente, si arrangia, non demorde alla faccia delle palate nei denti, proprio come nel daodejing. Fondamentalmente, dondola. Quando ha bisogno, si rannicchia, si siede, si prende le ginocchia tra le braccia (si abbraccia le ginocchia) con i piedi sollevati da terra e oscilla. Ora, una cosa del genere l’ho vista fare alla vecia del Palazzo dell’origine del Dao (guarda ancora il caso), e visto che in lei vedevo una maestra, ho pensato, ah, una pratica da imparare. Poi ho ripensato a Laura, che non vedevo come una maestra. Eppure, l’oscillazione era identica. Laura, quando ha bisogno, semplicemente dondola. Perché fa quello che la sua unità integrata mente corpo spirito cibo_ingerito aria_respirata ambiente_familiare lavoro la porta a fare, senza porre resistenza. La sua unità integrata è dondolante, e quello è il suo Dao. Metodi di autoguarigione che portano la calma, la riconcilianzione con se stessi.

 

Lorenzo? Lorenzo ha atteso molto tempo, non vantandosi, non mettendosi in mostra, stentando all’apparenza a riconoscere e far riconoscere il proprio valore, proprio come nel daodejing. Con Lorenzo ci trovammo d’accordo tanto tempo fa sul fatto che andare in un campo e gridare a squarciagola ogni tanto è cosa buona e sana. Giovani, forse più sensibili di molti coetanei, incapaci di stare bene in un ambiente troppo misero rispetto a noi. Questo post nasce dal fatto che uno dei motivi per cui sto bene in cina è che per i cinesi andare in un parco la mattina alle sette e mezzo e gridare è una cosa tutto sommato normale, salutare, intelligente, quasi scontata visto quello che dice la medicina cinese. E pur avendoli visti e sentiti chissà quante volte, l’altro giorno andando ad allenarmi ne ho preso coscienza, tipo illuminazione istantanea, e ho pensato a Lorenzo. Qui la cosa è normale, a noi  invece poteva sembrare di essere un po’ strani, nel concludere che andare in un campo a gridare fosse sano, ma era quello che la nostra unità integrata, spontaneamente, chiedeva. Cazzo, sarebbe proprio l’ora di andare a gridare in un campo! Non so se avete presente la sensazione, credo che gli anni delle superiori per una persona intelligente e sensibile [altri direbbero stupida e illusa, che dicano pure] possano facilmente essere i più frustranti della vita. A modo nostro, eravamo dei taoisti, nonché dei maestri spontanei di qigong, perché ovviamente tristezza e rimuginio sono espressioni emotive dei polmoni, così come il sospiro con cui si cerca inconsapevolmente di spezzare la tristezza non è altro che un tentativo abbozzato di far funzionare in maniera sana (SANA!) la cassa toracica: detta alla cinese, far circolare il qi del torace, senza che si disperda o ristagni, e uno dei modi per far circolare il qi, per quanto demistificatorio possa risultare, è semplicemente usare i muscoli. 

Notarella: i cinesi non gridano a squarciagola, che sarebbe evidentemente un eccesso, estremo, gridano in modo da dare pieno fiato ai polmoni (abbastanza intuibile che si tratta di un’altra modalità emotiva del gridare), in modo da farne circolare il qi del torace. E fa tanto bene.

 

*aggiungerei lo spagnolo naturaleza che a orecchio sta un po’ nel mezzo. [Dao Fa Ziran]